Giuseppe Vesco: lettere dal carcere

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“Giuseppe il pazzo”. Così era conosciuto il principale protagonista dell’ Eccidio di Alcamo Marina. Giuseppe Vesco era un tipo particolare. Studi interrotti dopo la seconda liceo scientifico e una grande passione per la chimica. Segni particolari: la mano sinistra amputata un paio d’anni prima perché aveva tentato di smontare un ordigno esplosivo trovato in un campo o costruito da lui stesso. Quando fu arrestato sulla sua 127 verde con una targa di cartone “Trapani 121” ovviamente falsa, chissà dove stava andando. Aveva con se una pistola calibro 7.65, dello stesso tipo di quella usata per uccidere i due carabinieri. Vestito con un giubbotto di pelle nera foderato di panno rosso, due grosse scarpe ai piedi, nascondeva sempre in una tasca la mutilazione alla mano sinistra. Portato in caserma si sarebbe dapprima chiuso  in un ostinato silenzio per poi assumere l’atteggiamento di un terrorista politico. ” Mi considero un prigioniero di guerra” disse più volte nelle fasi iniziali degli interrogatori. (fonte:corriere della sera - 14 febbraio 197 8)  Poi le sue dichiarazioni come sappiamo cambiarono. I giornali del tempo non spiegarono però le cause che portarono a un cambio tale di strategia. Oggi dopo 32 anni un ex carabiniere ha ammesso che la tortura fu l’unico mezzo per costringerlo a parlare. E’ credibile questo ex carabiniere? Come mai parla soltanto ora? Domande giuste e doverose che molti alcamesi si pongono ma i dubbi che emergono possono, in parte, essere accantonati leggendo le lettere di Giuseppe Vesco dal carcere San Giuliano di Trapani. Dopo un’estenuante ricerca sono riuscito a trovare nella biblioteca di una fondazione milanese le due riviste su cui furono pubblicate due missive. Si tratta delle riviste “Controinformazione“, (anno 5, n.11/12, luglio  197 8) e “Anarchismo” ( edizioni la fiaccola, n.21 del 1978, articolo di Bonanno A.M.)

Nella prima lettera del maggio ‘76, Giuseppe Vesco parla di politica, di lotta di classe, del contesto molto diverso in cui agirono i movimenti a difesa del proletariato nel meridione nei tristi anni settanta. E’ una lettera politica a favore della lotta armata nel sud Italia di cui Vesco è grande estimatore. Infatti dice: “Ormai è chiara una cosa, qui il punto non è più nella scelta della alternativa fra la strategia della lotta armata e la strategia della lotta politica tradizionale: ma nella scelta della strategia nella lotta armata. Strategia nella lotta armata che tenta anzitutto allo “allungamento” e “ispessimento” del fronte rivoluzionario affinché possa competere col “contro-fronte” attualmente di gran lunga soverchiante; anzi direi proprio che non si può parlare di due fronti contrapposti dal momento che il “fronte” rivoluzionario armato non esiste se non a livello poco più di protesta [...]Arrivederci al più presto. Saluti comunisti.” Da questa lettera sembra emergere che di certo Vesco era preparato sui temi della politica e del proletariato e ciò mostrerebbe inoltre che “la pista terroristica” non può essere abbandonata così facilmente. Probabilmente l’eccidio di Alcamo Marina si potrebbe inserire in un contesto di lotta armata contro le istituzioni dello stato. Di certo si tratterrebbe di una lotta non organizzata e mai costante, piena più di proteste sporadiche che di progetti  a lunga scadenza. Del resto non erano rari gli attacchi alle forze dell’ordine in quegli anni. Poi Vesco comincia a parlare delle sue condizioni non di certo serene nel carcere trapanese. “Cari compagni probabilmente non vi siete ancora resi conto della grave situazione, non giuridico-penale, in cui mi trovo: qui si parla di eliminazione fisica. Sia chiara una cosa: io non ho intenzione nè voglio andare al manicomio; se ci finirò vorrà dire che mi ci hanno portato con la forza. Si è fatto e si continua a fare di tutto per isolarmi politicamente dal mondo esterno e si cerca di farmi passare  per pazzo usando tutti i modi possibili con l’intenzione di raggiungere un obiettivo a me troppo chiaro: il manicomio con successiva eliminazione fisica. Ho i nervi a pezzi, pensate che non mi vogliono fare nominare nemmeno l’avvocato: ci sono riuscito a nominarlo per un pelo.” Ricordo a tal proposito che Vesco verrà ritrovato impiccato nella sua cella alcuni mesi dopo. Non si può escludere a priori un omicidio e queste dichiarazioni invitano alla riflessione. Inoltre senza la possibilità di usare una mano risulta difficile credere che si sarebbe impiccato a una finestra del carcere alta 2 metri. Questo particolare non può essere sottovalutato e mi risulta che non fu mai chiarito fino in fondo.

Nella seconda e terza lettera, entrambe del settembre ‘76, Vesco risponde a una missiva ricevuta che recitava il motto: 10-100-1000 Alcamo. Si rivolge anche qui sempre agli stessi compagni illustrando il perché della strage della casermetta. “L’azione di Alcamo non è  un’azione decisa da un’organizzazione preparata e in grado di  dare una continuazione al fatto. Questo l’avete già capito. Ma è atto rivoluzionario spontaneo avente come obiettivo l’ esproprio delle armi senza causare danni personali, come sfortunatamente è successo;  e come obiettivo secondario, quello di attirare l’attenzione dei gruppi operanti al nord e al centro ai quali avevo intenzione di aggregarmi non riuscendo a formare qui al sud  un’ organizzazione paramilitare come i NAP o le B.R.  In ultimo l’azione di Alcamo è stata una decisione sbagliata (me ne sono accorto una ventina di giorni dopo che mi trovavo in carcere per la prima volta in vita mia); decisione presa da chi aveva poca o nessuna esperienza di guerra antirivoluzionaria. C’è un proverbio che dice sbagliando s’impara! Ma questa volta se non fosse stato per il vostro intervento, l’errore mi sarebbe costato mesi o forse anni di torture in uno dei tanti lager italiani. E immancabilmente a morte certa.” Non si riesce a capire chi sono effettivamente questi compagni e cosa avrebbero fatto per soccorrere il prigioniero Vesco da un destino peggiore. Le stesse riviste ottengono questi documenti e li pubblicano ma non chiariscono i nomi dei destinatari e non spiegano come hanno ricevuto il materiale.

Sempre nella lettera del settembre ‘76, Giuseppe Vesco parla ora del processo e dei ragazzi che ha coinvolto. “Andando al mio processo per come sono le cose, per ora la gestione spetta a me soltanto. Tutto quello che hanno saputo e trovato, è stato possibile solo per bocca mia, Dagli altri non hanno avuto niente, nè hanno trovato dei riscontri per poterli inchiodare. Forse avete sentito parlare sui giornali che ad uno di essi [G. Mandalà] sarebbero state trovate delle macchie di sangue su una certa giacca: è certo che è una minchiata, parola mia.” Vale la pena soffermarsi un po’ su quest’ ultimo punto. C’è un esplicito riferimento infatti alla giacca del  partinicese Giovanni Mandalà, l’uomo accusato e condannato per aver forzato con la fiamma ossidrica la porta della casermetta di Alcamo Marina. Anche questo aspetto dovrà essere chiarito. Vesco poi continua a parlare dei motivi ideologici dell’eccidio. Spetta a me, come giustamente avete detto voi, e agli altri imputati gestire il processo. In questo caso il processo si baserebbe su due punti principali. Il primo narrativo, nel senso di raccontare in pubblico come sono andati i fatti nella realtà, parlando anche della tortura. Il secondo accusativo nei confronti del regime e del sistema, dicendo in parole povere che I’azione di Alcamo è l’esplosione violenta e “rabbiosa” di chi non è stato più capace di resistere ad una società come la nostra nella quale l’individuo viene continuamente violentato, calpestato, umiliato, avvilito da questo sistema di cose e dalla impossibilità di trovare un adattamento economico, sociale, in cui viviamo.” Nella parte finale della rivista Anarchismo la lettera descrive scene molto crude, violente, quasi da film. Giuseppe Vesco ora ricostruisce i tempi del suo arresto e le presunte torture subite. “Il luogo della tortura è la stazione dei CC di Sirignano che si trova a una decina di km a sud-ovest da Alcamo. Oltre a qualche CC di Alcamo c’erano una decina di agenti dell’antiterrorismo (forse napoletani o catanesi). Sono anche in grado di farvi la pianta della stazione ma non conosco i nomi dei torturatori. Posso invece riconoscerli tutti se li rivedo. Se non ricordo male, la sera del l3/2 appena buio, visto che nonostante tutto non riuscivano a farmi dire qualcosa di sostanzioso vengo incappucciato e caricato sopra un pulmino dei CC di Alcamo. Per assicurarsi che non possa scappare mi ammanettano ad un altro agente. Si parte dalla caserma di Alcamo per una meta ignota.[...] Non ho idea di ciò che succederà, penso alla possibilità di essere ucciso. All’inizio  si percorre una strada asfaltata, poi ad un tratto il pulmino sembra scivolare su una “trazzera” o meglio in una strada non asfaltata.”

Ora Vesco apre una parentesi su quello che succederà circa un mese dopo quando si porterà sul posto con un magistrato.Si tratta naturalmente di sole impressioni. Impressioni che circa quaranta giorni dopo mi accorgerò che corrispondono alla realtà. Con un sistema che chiamo ad esclusione, mi sarà possibile localizzare il luogo della tortura. E non solo, riesco a farmici accompagnare dal giudice, costatando, e riconoscendolo questa volta di giorno, quasi ogni piccolo particolare che mi ero fissato nella mente. I CC erano impalliditi; uno di essi arriva ad esclamare persino questa frase:”tutti a mare semu”, ma evidentemente il giudice non la pensa così. Infatti, nella sua mente è ormai chiara l’idea di spedirmi al manicomio ed arriva a dirmelo in faccia nel suo ufficio qui in carcere di Trapani durante un interrogatorio:A lei lo mando ad Aversa, Vesco.” Queste frasi mostrerebbero che lo stesso giudice fosse molto condizionato nelle fasi che precedono il processo. Se tali esclamazioni fossero veritiere il giudice potrebbe non essere stato professionale e corretto nel giudicare il ventenne. Poi si rivolge ai destinatari dello scritto, i quali non sono identificabili dalle informazioni ricavate dallo scritto. A quell”epoca non avevo nessun contatto con voi. Siamo al tempo in cui mi incontrai con Sansone”. Sansone chi? Potrebbe essere questo il personaggio che ha presentato a Vesco il gruppo di amici comunisti a cui sono indirizzate le missive.

Ma torniamo alla caserma di Sirignano in aperta campagna nella periferia alcamese. Ancora incappucciato scendiamo dal pulmino e mi portano all’interno di una casa. Nel breve tragitto incontro degli scalini. Io non vedo niente ma li conto, poi passiamo per una porta particolare ad uno ad uno che mi permetterà di dare una misura approssimativa della lunghezza della porta e quindi poi al suo riconoscimento. Entrato all’interno vengo scappucciato. La luce era già accesa. Mi si presenta una stanza approssimativamente  di m. 4 x 5; le Pareti sono nude, ma molti particolari che qui non trascrivo mi permetteranno poi di riconoscerla.”

Ora Vesco descrive i militari che sono con lui in quella stanza. “Premetto che un tizio in borghese che si fa chiamare Colonnello avente una cinquantina di anni, snello, alto uno e settanta circa, guida e capeggia  il gruppo nonché tutti gli ordini e i permessi vengono dati da lui.”  Inoltre nella stanza ci sono una decina di carabinieri in borghese e in divisa e un soldato in tuta mimetica. Nelle altre stanze e fuori dalla caserma invece altri militari. Il colonnello è un tipo semplice, non si dà delle arie e spesso è anche cordiale. Mi ricordo una frase: “Pino, noi non vogliamo farti questo, non costringerci a fare quello che non vogliamo fare, parla è meglio per te.  Io lo guardo con attenzione in faccia per cercare di capire quello a cui sta alludendo. Ma non rispondo. Sembro sicuro di me. Intanto qualcuno del piano di sopra scende dei bauli militari, altri preparano qualcosa nella stanza attigua. Spuntano anche da qualche parte degli stracci e due spezzoni di corda. Sempre il colonnello, ad un certo punto, pronuncia questa frase:”Pino, tutti hanno parlato, parlerai anche tu”.

Ora la parte più pesante della lettera. Arriviamo infatti al punto in cui si descrivono le torture subite e le modalità usate dai carabinieri per costringere  Vesco a parlare. Ecco il seguito: “I bauli vengono sovrapposti, arriva anche un secchio e una “cannata”(brocca con beccuccio).  All’ improvviso un agente, rivolgendosi a me con tono di chi dà ordini disse: alzati e spogliati! Protestai dicendo perchè volessero farmi questo e li intimai piuttosto a spararmi un colpo in testa. Un agente mi ha risposto che “sarebbe stato troppo bello”. [...] Fui spogliato fino a raggiungere il costume adamitico. Non opposi alcuna resistenza non sarebbe servito a niente. Appena denudato sono agitato non so quale posizione assumere tra queste tre: quella da un uomo che non parla e non dice niente come facevano gli indigeni; quella di un uomo che minaccia di uccidere e di vendicarsi, uccidersi e poi non fa niente; quella da uomo bambino che singhiozza e butta fuori qualche lacrima. Comunque la mia posizione generale si mantiene durante tutto il procedimento fra la prima e la  terza su descritta. Appena denudato vengo sollevato di peso e portato come un oggetto sui bauli.  alti da terra tra gli 80 e i 90 cm. Per la prima volta nella mia vita mi sento come un animale da squartare. Sono agitato e preoccupato ma ancora sicuro di me e disposto a resistere fino al possibile.”

Il colonnello, mentre i suoi uomini lavorano non fa che ripetere la stessa litania ” vogliamo sapere dove sono le armi, le divise, le bombole; se ce lo dici è meglio per te, Pino; cosi ce ne andiamo e non facciamo quello che ci stai costringendo a fare. Pino, ascoltami: parla. Perché non vuoi parlare? Noi siamo costretti a continuare; perché non parli? Siamo costretti a continuare, te lo sei voluto tu “. lo sento tutto ma preferisco far finta di non sentire. Intanto un agente avvolge uno straccio alle mie caviglie. Qualcuno tiene i miei piedi uniti, con poca forza. dal momento che faccio poca resistenza. lo sono stato seduto sui bauli, denudato. avvolto lo straccio è la volta della corda. I miei piedi all’altezza delle caviglie, vengono legati stretti e -con forza, ma senza causarmi dolore. È la volta delle braccia. E qualcuno  li prende e li unisce, mentre un altro avvolge un altro straccio e poi lega stretto come per le caviglie.  In seguito capirò che hanno usato gli stracci per non lasciare segni delle corde. Legato mani e piedi vengo sbattuto con uno spintone sui bauli. ll baule è lungo circa un metro perciò parte del corpo superiore e inferiore esce e penzola fuori dalla superficie del baule (che sono due,uno sull’altro). Due agenti, uno da una parte e uno dall’altra si affrettano a farmi passare la corda rimasta dopo la legatura alle caviglie o alle braccia. Dentro i manici del baule, forse in quelli del baule superiore e con forza tirano sfruttando i manici attraverso i quali passano le corde come in carrucole. ll mio corpo (sono con la pancia all’aria) si piega come un arco e un dolore acutissimo ma sopportabile si avverte alle gambe all’altezza dei polpacci, alle braccia, alle  scapole e agli anelli della colonna vertebrale all’altezza dei fianchi.

Il colonnello continua la sua litania come al solito. Io ora assumo la posizione decisamente silenziosa. Un agente del peso approssimato di ottanta kg. si siede a cavalcioni sulle mie cosce per rendermi completamente immobile, saldato sui bauli. Quindi ricapitolando, uno mi tira i piedi, l’altro  le braccia, un terzo è a cavalcioni,  un quarto mi tiene la testa per í capelli con una mano mentre con l’altra tappa il naso in modo da non farmi prendere aria. Il colonnello, da parte sua, continua la sua litania cercando con parole morbide di convincermi a parlare, ma non ottiene niente. Allora egli fa cenno di cominciare. [...]mi accorgo di una cosa molto importante. Tutti o quasi sono sicuri di ciò che fanno e si muovono con estrema precisione e calma come se non fosse il loro primo lavoro del genere, ma addirittura come se per loro fosse un lavoro normale che si fa regolarmente. Certamente non erano alla prima esperienza, come invece ero io. Un quinto agente mette la mia testa penzolante e riempie una “cannata”che comincia a versare sulla mia bocca che istintivamente si chiude. Per vedere di che liquido si tratta faccio passare alcune gocce di quel liquido in bocca. Quasi subito ne stabilisco la composizione chimica: acqua, un’alta percentuale di sale, olio di ricino e terra. La bevanda è imbevibile, non c’è che dire. [...]Ora, io posso respirare solo dalla bocca,avendo il naso tappato.  Quello con la cannata  è sempre pronto e non appena apro la bocca per prendere aria lascia cadere un rivolo riempiendo la bocca di quel liquido certamente disgustoso. Comincio ad avere difficoltà di respirazione. Ma la cosa continua per alcuni minuti.

L’acqua che esce dalla bocca finisce nel secchio che è sotto la mia testa, per terra, e cosi può essere ripresa e il gioco continua. Ma andiamo avanti. Ad un certo punto, mentre l’agente a cavalcioni mi spreme lo stomaco e il torace per non farmi passare l’aria, quello della cannata lascia scivolare giù acqua più del solito ed in continuazione. Dice che il colonnello mi interrogherà per tutta la durata della tortura, fino a quando non avrà avuto la locazione esatta di dove si trovano gli oggetti che cercano. L’aria incomincia a mancarmi fino a che respirare diventa impossibile; sono ora in un punto che chiamo di “annegamento”, ossia con l’acqua alla gola. Resistere oltre è diventato impossibile; bisogna uscire da tale situazione ed i modi per farlo sono due: o svenire, o rispondere alle loro domande. [...]

Vesco cerca adesso di fregare i carabinieri.Va bene dico tutto ma fatemi alzare da questa posizione, non posso parlare così. Mi allentano le corde delle braccia e dopo che l’agente su di me, scende, mi permettono di acquistare la posizione seduta. Sputo in continuazione, respiro a lunghi bocconi, cerco di ritornare normale. Il terzo agente dice, con fretta e tono di comando,” avanti parla, dove sono le divise? “; gli dico di aspettare un momento che mi riprendo. Riesco a tenerli buoni per un paio di minuti. Nel frattempo cerco di pensare a qualche modo possibile per uscire da quella posizione senza parlare, ma non trovo niente. Insistono con rabbia. Comincio a raccontare minchiate e a dire che non so niente. Qualcuno dice: ” chiacchiere sono! “.

Dopo alcuni  minuti di temporeggiamento e di storie, mi sbattono giù e si ricomincia. Si arriva al punto di prima. Impossibilitato  a svenire, impossibilitato a resistere. Riesco a farmi alzare ancora una volta con il solito trucchetto, ma stavolta non la bevono. Appena sentono il primo “non lo so”  mi sbattono giù e dicono di andare in fondo. Si continua. [...] Resistere diventa impossibile. Ogni richiesta diventa convincente. Aggiungo che poco prima, il colonnello mi aveva  detto che voleva sapere solo dove erano gli oggetti e che mi risparmiava i nomi dei  compagni. Ma io avevo già capito che se riuscivano a farmi dire dove erano le cose, avrebbero chiesto e preteso anche i nomi.  E certamente li avrebbero ottenuti come per gli oggetti.

La confessione che porta al ritrovamento delle divise, delle armi e dei tesserini presso un immobile di Mandalà a Partinico. Non ce l’ho più fatta, ho dovuto  rispondere alle loro domande. Avuto il necessario un gruppo guidato dal colonnello parte per constatare se te mie rivelazioni erano esatte. Nel frattempo vengo slegato. Mi permettono di vestirmi, anzi no, nudo stesso, tenendomi per le ascelle mi fanno fare parecchi giri intorno al baule. Sputo, sono sconvolto, ho lo stomaco tutto scassato. Sono sconcertato per i risultati da loro ottenuti. Avevano vinto loro e basta.

Qualcuno mi porta abbondante caffè amaro. Chiedo dell’acqua dolce. Mi dicono che non ce né. Ma evidentemente non me ne vogliono dare perché ritengono che mi falcia male. Insistono che beva del caffè. È amaro. Chiedo dello zucchero. Mi si risponde che non ce n’è, forse per lo stesso motivo di prima. Sono anche gentili. Il tutto è durato non oltre una mezz’oretta. Mi ristabilizzo.  Comincio a respirare normale, ma sputo ancora. Ho bevuto acqua ma non molta. Mi permettono di vestirmi, forse qualcuno mi vuole offrire una sigaretta, ma rifiuto.

Un tizio (potrei ma non faccio la descrizione per motivi di scritto) chiede con curiosità come faccio ad usare la pistola; gli dico di darmene una che glielo dimostro. Prende la sua pistola, sfila il caricatore, si assicura che è scarica azionando il carrello e me la porge. Chiedo quasi scherzando di darmi anche il caricatore. Cambia subito idea e si riprende l’arma dicendo: “già, così ne ammazzi altri due”.

Il colonnello ritorna. Ora i carabinieri vogliono i nomi. “Dopo mezzora, un’ora di attesa qualcuno è di ritorno, anche il colonnello. Hanno trovato tutto. A questo punto interviene un altro, incappucciato, che non sono in grado di riconoscere ma che non è il colonnello il quale aveva dato la sua parola che non voleva sapere i nomi e perciò non si farà più vedere come per non farci la brutta figura di venir meno alla parla data. È la volta dei nomi: “Pino, vogliamo sapere i nomi” dice con voce alta e tono di comando.

Me l’aspettavo. Rifiuto nettamente e dico anche che non li conosco e un’altra serie di minchiate. Sono più arrabbiati di prima. Mi spogliano senza tante storie e siamo punto e d’accapo. Ce la metto tutta ma non c’è niente da fare, vincono loro: sono costretto a rispondere alle loro domande. Ma stavolta c’è la possibilità d’un inganno: qualunque nome si può prestare al caso! E loro non possono distinguere tra il vero e il falso. Questa parte della lettera è di grande importanza perchè mostrerebbe che Vesco aveva l’intenzione di fare dei nomi qualsiasi pur di evitare che la tortura continuasse.

Prima ne dico due. Mi si dice che non bastano e che ne devo dire degli altri. Ne dico un altro. Ma non basta.” Ancora, Pino ” dicono. Ne , dico ancora un altro e fanno quattro. Insistono per farmene dire altri. Sbotto: “Siamo già in cinque, bastiamo no?” Queste ultime righe avallano proprio le tesi dell’ex carabiniere che a settembre del 2007 ha dichiarato che i nomi dei complici furono estorti con la tortura. Ma la storia continua. “Qualcuno vuole ancora che io dica altri nomi ma sembrano accontentarsi. Uno di essi mi dice con minaccia: ” Pino stai attento che quelli non siano nomi falsi!”. Io non rispondo.”

Dopo una mezz’oretta durante la quale loro discutono e spesso mi umiliano a parole dicendo che sono un verme e cose del genere, io sono già rivestito e completamente ristabilito fisicamente o psichicamente. Ma moralmente non sono più. Fra di me, o meglio nella mia testa, circolano questi discorsi: ” Tutto ritrovato. Quattro nomi fatti. Persone in galera per colpa mia. Tutto per colpa mia”. Ma ormai non c’è niente da fare. Avevano vinto loro e basta. Erano stati bravi. Il giochetto ha funzionato e gli ha dato ottimi risultati, non c’era che dire. Aggiungo che se avessero continuato a chiedere nomi, io purtroppo avrei continuato a farne altri, falsi o buoni !

Finito tutto con lo stesso sistema di prima sono ritornati, o meglio mi hanno riportato alla caserma di Alcamo. Per ora è troppo presto perché voi conosciate la posizione politica degli altri. Quindi non tentate alcun collegamento con qualcuno che si trova in altre carceri. Riguardo la posizione giuridica  abbiamo tutti le stesse imputazioni: una quindicina di capi di accusa. Con il fatto che tutti i magistrati in particolare, nutrono non pochi dubbi sulla ” colpevolezza ” o meno di tutti e quattro gli altri. Per me, come potete constatare ci sono tutte le prove di questo mondo. Nonostante tutto potrebbe anche darsi che io non sia stato ad Alcamo Marina.  Ma questo è un discorso che  interessa alla legge dei borghesi e dal punto di vista rivoluzionario non ha importanza alcuna, anzi è stato stupido che io abbia fatto questo discorso.”

Quest’ ultimo pezzo della lettera apre  numerosi dubbi. Non possiamo essere certi che i nomi dei 4 ragazzi  siano di persone totalmente estranee alla vicenda. Ferrantelli era cugino di Vesco e Mandalà avrebbe a quanto pare affittato l’immobile dove furono ritrovate armi e divise allo stesso Vesco. Se questi però furono suoi diretti complici non lo possiamo sapere. Inoltre Vesco era fisicamente presente  quella notte ad Alcamo Marina?  Difficile dirlo. Da quanto scrive nelle lettere sembrerebbe di no. Probabile allora un suo ruolo esclusivamente strategico e organizzativo. Ma a questo punto chi era andato sul posto il 27 gennaio per uccidere i due carabinieri? C’erano i 4 ragazzi incriminati, solo alcuni di questi o c’era comunque altra gente più grande d’età sicuramente più capace di compiere un tale atto? Dagli interrogatori dei carabinieri inoltre si è mostrata l’ignoranza dei ragazzi sui temi della politica e della lotta armata. Probabilmente nessuno di loro faceva parte di gruppi politici violenti che frequentava lo stesso Vesco. E’ probabile inoltre che lo stesso insieme ad altri uomini mai catturati abbiano progettato l’attentato per motivi ideologici e che la pista mafiosa, accreditata da molti, non c’entri nulla, anche se Alcamo Marina era una zona critica piena di droga e interessi della malavita. Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di farsi pubblicare sui giornali queste lettere cercando di ingannare tutti con il fine di proteggere i 4 ragazzi. Ovviamente qualcuno conosce le risposte a tutte queste domande ma la magistratura dovrebbe trovarlo al più presto prima che questo terribile segreto finisca nelle tombe del “Cimitero Cappuccini” di Alcamo.

N.B. Questa opera è pubblicata con licenza creative common. Vedi sulla destra le condizioni per l’uso di questa.

13 Risposte a “Giuseppe Vesco: lettere dal carcere”

  1. Stefano Dice:

    ROBERTO credo sono il primo , per motivi di fuso orario a leggere queste pagine. Volevo farti i complimenti piu’ sinceri come lettore, e come cameraman . Come ho avuto modo di dirti , ho lavorato con tanti giornalisti , anche di grosso calibro, ma ti assicuro che il tuo scoop non passera’ osservato. Ti sei superato e hai dato lezioni di giornalismo a quanti si ritengono tali, stando seduti dietro una scrivania e scopiazzando gli articoli dei giornali e dei vari comunicati stampa che ricevono. Questo e’ giornalismo con la G maiuscola . Ahime’ no credo comunque che faccia luce sulla verita’. Ma questo e’ un altro argomento, volevo solo farti i complimenti per il fiuto e la ricerca gioranlistica

  2. ALFA Dice:

    Caro Roberto, perché il tuo lavoro non rimanga solo una inutile valanga d’inchiostro mediatico, è necessario che i magistrati si decidano a interrogare il super testimone (prima che muoia ovviamente)
    Scrivere al magistrato trapanese non è servito a nulla, adesso bisogna scrivere al Presidente della Repubblica e se non dovesse bastare anche al parlamento europeo.
    Dopodiché butto la spugna anche io.

  3. caterina Dice:

    BRAVO

  4. anna Dice:

    E’ solamante orribile,disgustoso al di sopra di ogni umana credenza e sopportazione,ma veramente questi metodi vengono effettuati per estorcere la verità? e dovè sta la verità ottenuta con questi metodi?…….Complimenti Roberto!!!!! il tuo è un lavoro da grande professionista…..

  5. Luca Dice:

    Non c’è che dire. Roberto sei un grande. Non sono mai stato dolce con te ma questa volte ti meriti i miei complimenti più sinceri. Un ottimo lavoro, una ricerca che ti è costata fatica a quanto dici. Come vedi se uno ci crede nelle cose può scalare le montagne più difficili. Bravo

  6. robertoscurto Dice:

    Grazie a tutti per i complimenti. Troppo buoni. :)

  7. Zagor Dice:

    Complimenti per la tua fatica e la tua tenacia nel ricercare la verità. I dubbi e le perplessità, che in più occasioni ho avanzato nel commentare la vicenda, trovano in questo tuo lavoro, più da investigatore che da giornalista, una triste conferma. Questa prassi usata negli interrogatori, che fa similitudine con quella adottata in Cile ed Argentina, che è la continuazione delle metodiche nazi-fasciste dell’OVRA, mi fanno ritenere che non c’è stata discontinuità nel passaggio dal regime fascista a quello democratico. Si è operato semplicemente uno dei tanti trasformismi che caratterizzano il nostro Bel Paese. E’ chiaro che va applicato a queste lettere del vesco il beneficio del dubbio, vista la complessità della sua personalità. Tuttavia propendo a ritenerle verosimili per la parte che riguarda le torture subite, oltre che per la testimonianza dell’ex carabiniere, perchè è ancora nel DNA di alcuni esponenti delle forze dell’ordine l’uso di questi metodi ed i fatti di Genova lo confermano.

  8. timida Dice:

    un semplice bravo o complimenti è solo misero davanti a tanta bravura… 6 forte

  9. Maria Barresi Dice:

    Mi unisco alle lodi di tutti e li raddoppio, OTTIMO LAVORO ROBERTO…Io adesso voglio farvi presente che queste tecnice di “torture” vengono ancora usate oggi e nache peggiori!
    Guantamo Bay ne sa qualcosa, l`Egitto ne sa parecchio, anche le nazioni piu` politicamnte corrette sono responsabili di cio`…
    Inoltre voglio anche ricordarvi la tragica morte dei due carabinieri, colpevoli ssoltanto di essere al posto sbagliato, il giorno sbagliato….
    La lettera di Vesco e` molto triste, per molti aspetti, e di certo sono lieta di essere dal lato giusto della giustizia e di vivere in una terra relativamente libera….

    Ancora BRAVO
    Maria Barresi

  10. ALFA Dice:

    da QUARTO POTERE

    Linea Rossa:
    SVOLTA NELLE INDAGINI SU ALCAMO MARINA: LA PROCURA CONVOCA IL SUPERTESTIMONE

  11. ALFA Dice:

    …….sarà vero???????

    Speriamo di si!

  12. robertoscurto Dice:

    si lo è . ho avuto conferma dallìex brigadiere

  13. vinzia Dice:

    Stupefacente! Ricerca eccezionale!Bravo,Roberto.

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