Alcamo, 26-27 giugno 1947
Cosa c’entra il bandito Giuliano con il boss di Alcamo Vincenzo Rimi e numerosi rapporti dei servizi segreti inglesi e americani sulla strage di Portella della Ginestra? E’ una lunga e misteriosa storia, e una parte di questa si svolge ad Alcamo (TP). E’ un anno particolare. E’ il 1947. Ecco un mio personale racconto per narrare quei giorni bollenti che seguirono la strage del primo maggio. Protagonisti: il capitano dei carabinieri di Alcamo, il boss locale Vincenzo Rimi e Fra’ Diavolo, spia della mafia prima, e della polizia dopo, nella banda del bandito di Montelepre.
Faceva caldo nella stanza del capitano dei carabinieri di Alcamo. La città era un forno in quei giorni e la caserma, forse anche per questo, era molto tranquilla con i lunghi corridoi vuoti pieni solo di mallopponi di carte sparsi qua e là. Il capitano portò una mano alla fronte per asciugarsi il sudore e di tanto in tanto guardava alcune foto della strage di Portella della Ginestra che riempivano la sua scrivania. Non erano passati molti giorni da quel primo maggio e l’aria, complice il forte scirocco, era sempre più calda. Poco lontano dalla caserma una macchina con 5 uomini andava a tutta velocità verso la nostra città. Finestrini abbassati e qualche mozzicone di sigaretta buttato nelle “trazzere”di campagna. Non si sapeva da dove venivano ma avevano fretta, molta fretta.
Ad Alcamo intanto il boss Vincenzo Rimi passeggiava nervosamente in una stradina stretta e poco illuminata con due uomini che gli camminavano accanto. Sui muri ondulava qualche manifesto ingiallito della democrazia cristiana, di cui sarebbe diventato presto segretario locale, e poco distante nei pressi della “cantunera” un ragazzino gli consegnò una lettera. Mittente: Salvatore Giuliano.
Erano ormai mesi che il bandito di Montelepre aveva una costante corrispondenza con i boss locali. Vincenzo Rimi prese la busta, la mise in una tasca insieme a molte altre e lasciò la stradina con un’ espressione poco felice. Cosa conteneva quella busta marroncina? La macchina scura era intanto arrivata nelle campagne nei pressi di Alcamo. A un certo punto imboccata una curva tortuosa e il successivo rettilineo rallenta e velocemente scende un uomo. “ Datemi un minuto, non ho avuto nemmeno il tempo di pisciare” esclamò un ragazzo con occhi castani e fisico gracile. Si chiamava Salvatore Ferreri, alcamese puro sangue e uomo da una vita non di certo noiosa. Neanche 24 anni, ma dal viso sembrava che avesse visto e conosciuto tutto del mondo. Era uno degli uomini di Giuliano. Lo chiamavano Frà Diavolo. In macchina lo aspettava il padre di questi Vito, lo zio Antonio Coraci e i fratelli Salvatore e Fedele Pianelli di Montelepre. Questi uomini conoscevano bene i nomi dei mandanti della strage di Portella. Fra’ Diavolo, forse, era stato anche lì quel maledetto primo maggio.
Davanti la caserma il capitano intanto guardava un venditore ambulante di pesce che urlava ininterrottamente dall’alba. Mentre stava rientrando, stanco di sentire le urla e la puzza di pesce, un uomo coperto da una coppola grigia richiamò la sua attenzione. “ Capitano, verranno stanotte. Mi hanno detto di dirle che ormai manca poco. Sono dentro una macchina scura. Entreranno da contrada Canapè.”. “Un momento” esclamò il capitano. “ Chi c’è con lui?”. L’informatore, allontanatosi, sembrava parecchio impaurito. “ Lei sa che deve fare! Devo andare”. Erano passate un paio di ore e lo scirocco finalmente si stava placando.
Il capitano, immerso sempre più nei suoi pensieri, stava seduto su una poltroncina sotto un grosso stemma dei carabinieri che riempiva la parete di fondo della sua stanza.
Osservava il vuoto, quando all’improvviso il suono del telefono lo fece tornare subito con i piedi per terra. “Pronto, con chi parlo?” rispose di impulso.
“ Capitano, sono il colonnello Paolantonio”. “Comandi”, rispose il capitano. “ Ho appena finito di parlare con l’ ispettore generale di polizia, Ettore Messana. Guardi che Salvatore Ferreri , detto Frà Diavolo, è ad Alcamo. Forse siamo vicini a catturare Giuliano. Frà Diavolo presto ci porterà a lui”.
Il capitano entrò in crisi. La collaborazione di quel poco di buono di Ferreri con la polizia lo impauriva più di qualsiasi altra cosa al mondo. Sapeva che quell’uomo era un pozzo di segreti. Era sempre più sudato. Pensava alle parole del colonnello e pensava pure a quell’uomo con la coppola che aveva incontrato vicino al pescivendolo. Cha fare, si domandava continuamente. In più aveva fisse nella memoria le parole scambiate col colonnello poco tempo prima nella caserma di Alcamo. “Capitano se per te catturare Ferreri è un merito, tanto per farti dare un encomio, per noi è una pedina che ci deve portare a un obiettivo molto più importante?”.
Intanto il boss Vincenzo Rimi guardava la misteriosa lettera ricevuta e in più strani personaggi affollavano la sua abitazione rendendolo sempre più nervoso. “Se Fra’ Diavolo parla, ci fotte a tutti”,esclamò il boss seduto a capo-tavola. Salvatore Ferreri infatti era stato nel recente passato uomo di collegamento tra la mafia alcamese e la banda di Giuliano. Non si sapeva se c’era proprio una vera collaborazione ma di certo Giuliano aveva il benestare di Rimi, di suo cognato Tano Badalamenti e di numerosi altri boss locali.
Ma le ore passano. Si fa tardi, il capitano esce dal suo afoso ufficio e chiama i suoi uomini. “Cosa c’è capitano?”, esclamò il maresciallo.” Riunione” rispose.
La notte era vicina e il capitano dei carabinieri di Alcamo sapeva che quel giorno non lo avrebbe più dimenticato. Salvatore Ferreri, detto Frà Diavolo stava arrivando. Il braccio destro di Giuliano era ormai molto vicino. Alcamo era già immersa nelle tenebre e bisognava prepararsi per affrontare la banda. Il capitano sempre più teso chiama i suoi uomini. Un maresciallo entra per primo nell’ufficio ancora caldo dalla terribile giornata di scirocco, si siede e nota subito sul tavolo le diverse foto di Giuliano e della strage di Portella della Ginestra. Sa che la notte non la passerà in caserma e che ci sarà da sudare. Non è affatto un periodo tranquillo quello che si sta vivendo dal primo maggio in tutta la Sicilia. Piano piano la stanza si riempe e una ventina di uomini sono attorno al tavolo. Il capitano, si alza e con voce apparentemente sicura spiega il piano: “Ad aspettare i fuori legge ci saranno due squadriglie di carabinieri armati di fucili da caccia, pistole, moschetti e bombe; la prima sotto il mio comando con il compito di affrontare direttamente i banditi e l’altra, comandata dal brigadiere, con il compito di chiudere ogni via di fuga ai criminali”.
I carabinieri vanno a prepararsi e dopo una veloce perlustrazione ormai tutto è pronto. Il 26 giugno è ormai trascorso e ora sono le 2.45 di notte del giorno successivo. Il corso dei Mille del tempo, estrema periferia della città, appare completamente deserto e buio. I carabinieri si nascondono nelle vie vicine e aspettano con impazienza. L’adrenalina è a mille e anche la paura non li lascia in pace. Ecco improvvisamente spuntare le sagome dei banditi.
Il capitano grida: “Alt, mani in alto!”, ma la banda non si preoccupa minimamente. In pochissimi secondi scende una vera e propria guerra. Frà Diavolo e i compagni lanciano le prime bombe a mano che feriscono sette militari. I carabinieri e il capitano intanto armati di mitra e di bombe a mano rispondono al fuoco senza pietà. E’ una vera strage. Ci vuole un po’ di tempo prima che la situazione torni alla calma. Polvere, puzza di esplosivo, paura e agitazione spariscono lentamente ma non si vede ancora nulla. Il capitano decide di tornare in caserma per prendere l’auto di servizio. Serve luce!
Auto dei Carabinieri dell’epoca
Una volta ritornato in contrada Canapè i fari dell’auto mostrano le tragiche conseguenze del conflitto a fuoco. Quattro cadaveri dei malfattori sono a terra e poco lontano un ragazzo si trovava acquattato e immobile sulla soglia di un magazzino riparandosi dietro un gradino. E’ ferito ma riesce lo stesso ad alzarsi tenendo le mani ben in alto.
“Non mi toccate, sono ferito, portatemi subito a Palermo, sono un agente segreto al servizio dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza. Debbo parlare subito all’ispettore Messana, perchè debbo fare arrestare Giuliano” urlò tutto di un fiato Frà Diavolo. Nessuno, o quasi, lo aveva però riconosciuto e ai carabinieri sembrò un semplice brigante. Fu portato così in macchina e non gli furono messe neppure le manette . Ma è proprio nella caserma dei carabinieri di Alcamo, proprio dove l’auto dei carabinieri si sta dirigendo, che la nostra storia si fa ancora più misteriosa.
Dai primi accertamenti intanto risulta che nessuno dei 4 cadaveri è Ferreri. Il capitano ha allora il sospetto che l’uomo che stanno portando in caserma è proprio Frà Diavolo. “ Subito in caserma, presto!” dice a un militare. Nella sua mente ritornano di nuovo le parole del colonnello Paolantonio. In quei pochi minuti in macchina guarda le strade deserte di Alcamo, vuote di persone e di vita e si sofferma con uno sguardo preoccupato sul luogo dove aveva incontrato l’informatore della mafia. Quell’uomo dalla coppola grigiastra non dava pace ai suoi pensieri. Come faceva la mafia a sapere dei banditi e il luogo preciso dal quale sarebbero arrivati? E come fanno a sapere che Ferreri collabora con la giustizia? I Rimi, la polizia, il bandito Giuliano affollavano continuamente la sua testa e tanti interrogativi non gli davano pace. “ Capitano siamo arrivati”, disse con tono disteso il carabiniere alla guida dell’auto riportandolo con i piedi per terra. Il capitano torna lucido, ora ha negli occhi una strana luce.
Entra in caserma, vuole vedere la faccia di Frà Diavolo. Dopo pochi attimi ci sono solo loro in una stanza della caserma: il capitano da un lato e il bandito alcamese, ferito, dall’altro.
Passano pochi minuti e due colpi di arma da fuoco a breve distanza mettono la parola fine alla vita di Salvatore Ferreri, spia alcamese, della mafia prima e della polizia dopo, nella banda di Giuliano. Prima della sparatoria nella caserma, mentre il bandito era rimasto fermo a causa della ferita, vi era stata una conversazione telefonica con Palermo, di cui era stato informato lo stesso Giuliano. Telefonata di cui non si sa nulla.
Ferreri viene così ucciso in quello strano conflitto a fuoco dal capitano nonostante questi fosse stato avvertito dal col. Paolantonio della sua funzione di confidente per la cattura di Giuliano. E quando il bandito ferito, nella caserma di Alcamo, chiese di essere portato a Palermo, e spiegò che era un “agente segreto” al servizio dell’ispettore Messana, perché venne ugualmente ucciso?”. Sono tante le possibili interpretazioni dei fatti perché ormai solo la storia custodisce i segreti di quanto accaduto. Quasi tutti però concordano con il fatto che Vincenzo Rimi era fiduciario per l’uccisione di Ferreri da parte dei carabinieri perché temeva che il bandito parlasse e chissà cosa sarebbe potuto venir fuori.
[ Gli articoli sono frutto di un lavoro di fantasia nel racconto di molti dettagli ma si basano sulle testimonianze rese durante il processo di Viterbo contro Salvatore Giuliano. Molti fatti sono esplicitamente narrati dai protagonisti stessi e sono consultabili nella sentenza del processo Giallombardo-Casarrubea emessa dal giudice Salvatore Flaccovio e in numerosi libri di storia sul bandito Giuliano. ]






Gennaio 18, 2008 alle 12:39 pm
Bravo Roberto, ottimo lavoro. Ennesimo spaccato della nostra Repubblica, l’armadio continua a vomitare gli scheletri tenuti celati per tanti anni. Chissà se i padri costituenti, che in quel periodo elaboravano le norme della legge fondamentale dello stato che da lì a poco sarebbe stata proclamata, erano consapevoli del marciume su cui poggiava la nascente Democrazia, dopo il buio periodo fascista.
Gennaio 18, 2008 alle 2:43 pm
grazie zagor per i complimenti. Moltissimi erano a conoscenza di questa storia negli anni 50 ma molti hanno cercato presto di dimenticarla non si sa se per convenienza o per memoria corta. sta di fatto che in quel periodo Alcamo e dintorni hanno giocato un ruolo da protagonisti.
con stima
roberto
Gennaio 18, 2008 alle 7:12 pm
complimenti per questo bellissimo racconto. sono davvero soddisfatto nel sapere che ti stai dando da fare per recuperare tutti questi segreti e scheletri dall’armadio della nostra Alcamo. Spero che continuerai così. ciao